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Rugby, Alessia Blanco: “La felicità avrà sempre puzza di sudore”

Alessia Blanco è il capitano della squadra femminile del Ragusa Rugby, vincitrice ieri della tappa di Coppa Italia femminile disputata a Catania. Una ragazza semplice, quasi timida. Finché non allaccia gli scarpini e, alla testa di un gruppo di matte, si getta nella mischia e, con sudore e fatica, ma, soprattutto, con cuore e passione insegue la meta. Ben sapendo che la vittoria passa attraverso le mani di tutte. Il rugby: quasi una religione.

Alessia Blanco

Il suo racconto è passionale e appassionante. Le parole vengono fuori come un fiume in piena, un vero inno al rugby: quello vero, fatto di fatica, sudore, campi di periferia. Che riesce a sintetizzare in una sola parola: felicità.

Alessia: Il rugby é entrato nella mia vita 6 anni fa. Frequentavo un gruppo di amici, tutti rugbisti, ma proprio tutti tutti. Quindi vuoi o non vuoi un pallone ovale te lo ritrovavi di continuo tra le mani e spesso si andava al campo a vedere le loro partite.

Che poi davvero, dovreste vederlo il campo di rugby che c’è a Ragusa per capire di che sto parlando. In pratica c’è questo muro immenso, tutto di mattoni grigi, altissimo e bruttissimo, che mette una tristezza veramente da pazzi. Per anni ci sono passata davanti senza aver mai capito cosa ci fosse dentro. Entrare per la prima volta è stata un’esperienza tra il mistico e il trascendentale.

Scoprirci dentro questo prato verde (vabbè vi prego di considerarlo più o meno verde solo perché fa figo dire che sia così) è stata una sorpresa. Allo stesso tempo mio fratello, qualche anno più piccolo di me, di lì a poco ha iniziato a giocare anche lui. Lì fu fatta. Dopo un anno di collaudo, trasferte e partite del 6 nazioni alla TV ero definitivamente e irrimediabilmente innamorata di questo sport.

Ho iniziato a giocare in mezzo ai ragazzi, e pian piano mi sono tirata dietro altre due mie amiche. La prima cosa che mi ha preso del rugby è stata e continua ad essere tutt’ora il contatto. Non equiparabile a nulla al mondo. Tutto quello che ti porti dentro ogni giorno, dai 4 in fisica alle urla, ai rimproveri, e a ciò che ti fa stare male, e che ti opprime, non esiste più. È tipo che la vita e tutti i macelli che ti porti dentro si annullano una volta messo piede in campo. O meglio, te li vedi tutti lì correrti contro con un pallone in mano, ma qui hai la possibilità e la forza di temporeggiare, prendere la mira e placcarli.

E in un attimo ti si svuota la testa, hai solo quest’adrenalina che ti pompa ovunque e nel cervello c’è una vocina piccola piccola che te ne chiede ancora, ancora e ancora. In questo senso è una malattia, sì. Ti fa staccare la spina e sfogare, il rugby. Anche se uno degli aspetti che mi fa impazzire di più è il fatto che per quanto a volte ti trovi veramente sola a fare a cornate per proteggere il pallone dagli avversari, prima o poi arriverà sempre una tua compagna in aiuto, sempre. Sai che potrai contare su di loro dentro e fuori dal campo.

Già, fuori dal campo. Non ti senti mai sola, e qualsiasi schema attui, per essere vincente deve coinvolgere tutti: la palla non va mai in meta senza passare dalle mani e dal sudore di tutte, nessuna esclusa. Così nel tempo si crea un rapporto abbastanza strano. Molte di noi non giocano neanche più, chi per lavoro, o per un infortunio, chi perché addirittura non sta neanche più in Italia. Eppure in partita le senti sempre lì, magari a bordo campo, a gracchiare “giù alle gambeee”. Questo è grandi linee il senso di squadra.

La mia squadra

Io ho conosciuto la mia, di squadra, solo dopo un paio di anni, quando ho scoperto che a parte i ragazzi, c’era anche un mucchio di mie simili a cui piaceva fare a cazzotti. E nonostante questo, visto che inizialmente mi allenavo e basta, senza giocare e quindi concretizzare, perché non avevo l’età adatta, ho capito solo col tempo cosa significasse sentirsene parte. Sul di discorso “squadra” o comunque “gruppo” veramente ci sarebbero una marea di cose da dire, la maggior parte delle quali è dannatamente difficile tradurre a parole. Più che altro è tutto un gioco di intesa e connessioni. Gesti piccoli piccoli che hanno un abisso enorme alle spalle.

Tipo il pre-partita. Madonna se non è la parte che amo di più. L’aria si fa proprio affilata, dentro senti tutto che bolle e hai questa voglia/non-voglia di entrare in campo una volta per tutte. In questi momenti mi è impossibile non soffermarmi sugli occhi delle mie compagne. Lá ci vedi veramente i mostri che ognuna ha dentro, ma poi arriva quella cosa che ti gasa da matti. Che le inizi a guardare a una a una e ci vedi la stessa sete che senti dentro di te. Tutte la stessa grinta, la stessa voglia di farcela, quei formicolii che ti corrono per la schiena e ti fanno tremare le punte dei piedi. Allora capisco che siamo pronte. Che è più o meno quello che è successo questa domenica.

La partita

Dal primo minuto abbiamo portato in campo la voglia di fare il nostro di gioco. Non voglio essere scontata, ma per non dire sempre le solite cose. So, che finirò per dire, sempre le solite stesse cose. Perché è vero si, che l’importante non è vincere ma giocare, divertirsi. Anche se oddio, sfatiamo questo mito, perché relativamente non ti può importare di vincere, quando in realtà poi se perdi ci rodi sempre un pochettino, come negarlo. Però la storia del divertirsi non è tutta una bestialità, perché alla fine si ci può divertire anche prendendole di santa ragione. Magari le due cose sono forse consequenziali.

Domenica un attimo prima di entrare ci siamo guardate tutte in faccia e abbiamo concordato che fanculo le partite, il campionato e i risultati, avevamo voglia di divertirci, di giocare prendendo le cose anche un po’ più alla leggera, come il touch che imposti alla meno peggio un attimo prima dell’allenamento. Abbiamo corso, spostato la palla, placcato, individuato i buchi, attuato grandi linee quello che avevamo fatto in settimana. In campo ho respirato quell’affiatamento e quella soddisfazione che mi farà sempre sentire a casa mia.

In realtà non ricordo esattamente neanche il punteggio di ogni partita. Quelli sono numeri che tra uno, due anni stai sicuro ti passeranno di testa. Quello che ti resta sono le emozioni. È l’urlo liberatorio a fine partita. Le braccia che si stringono. Le mie compagne che iniziano a saltare, con gli occhi gonfi, le braccia scuriate, i vari sacchettini di ghiaccio di chi si è spaccato il naso. La felicità. Una che parte a lanciare la maglia per aria, l’altra che inizia a fare i gavettoni con la bottiglia mezza vuota, qualcuna che ancora esulta, una che viene e mi abbraccia. E allora finiscono le parole.

L’anno prossimo probabilmente andrò via da Ragusa per studiare, ma so che la felicità per me avrà sempre questa puzza di sudore qua. Quella delle mie compagne di squadra, del mio piccolo branco, che sentirò sempre casa mia.Alessia Blanco.

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